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Parrocchia San Nicola di Bari a Picerno (Pz)

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QUARESIMA

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 15,16-21)

“Allora i soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio, e convocarono tutta la coorte.
Lo rivestirono di porpora e, dopo aver intrecciato una corona di spine, gliela misero sul capo. Cominciarono poi a salutarlo: «Salve, re dei Giudei!».
E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano davanti a lui.
Dopo averlo schernito, lo spogliarono della porpora e gli rimisero le sue vesti; poi lo condussero fuori per crocifiggerlo.
Allora costrinsero un tale che passava, un certo Simone di Cirene, che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e Rufo, a portare la croce”.

Meditazione

Strano destino quello di Simone di Cirene, che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e Rufo: un uomo costretto a fare il volontario per uno che si diceva Figlio di Dio. Nei Vangeli è ricordato in poche parole, poi il suo nome scompare, inghiottito dal silenzio.

Forse perché il bene, quando è autentico, non pretende memoria. Il bene non ha bisogno di monumenti. Andrebbe scritto sulla sabbia del mare, non inciso nella pietra né affisso sulle targhe delle strade.

Se fai il male, ricordalo, per non ripeterlo. Ma se fai del bene, dimenticalo: non ti appartiene più.

Il sole batteva con durezza sulla strada di ciottoli e ghiaia che serpeggiava tra i campi. Le pietre, consumate dal tempo e dai passi di generazioni, restituivano il calore accumulato. L’aria tremava come se anche lei fosse stanca di sostenere il peso del giorno.

Eppure, poche ore prima, il mondo era stato diverso: fresco, silenzioso, quasi innocente. La notte aveva custodito ogni cosa sotto il suo manto e il giorno non aveva ancora chiesto nulla agli uomini.

Simone si era alzato all’alba, come sempre. Non per virtù, ma per necessità.

Prima di uscire si era chinato su uno dei figli e gli aveva accarezzato i capelli. Un gesto semplice, quasi un ringraziamento silenzioso alla vita.

Il lavoro lo aveva assorbito per tutto il giorno. La terra non concede tregua: chiede braccia, sudore, pazienza.

Quando il sole era ormai alto, Simone tornava a casa stanco, con il pensiero della sera: rivedere i figli, bere acqua fresca, sedersi all’ombra.

Ma quel giorno il destino decise di incontrarlo.

Un tumulto improvviso interruppe il suo cammino. Urla, soldati, cavalli, una folla agitata.

Davanti a lui vide un condannato che trascinava il legno della croce. Ogni passo era una fatica estrema.

Una mano rude lo afferrò. «Tu! Porta la croce.»

Simone provò a sottrarsi. La rabbia gli salì al volto: perché proprio io?

Poi guardò quell’uomo. Vide il sudore sul volto, il respiro spezzato, il corpo piegato dalla fatica.

E dentro di lui nacque qualcosa che non aveva scelto: compassione.

Si caricò sulle spalle un peso che non gli apparteneva. Il legno era ruvido, pesante.

Camminarono insieme.

Da quel giorno Simone non fu più lo stesso. Aveva imparato che la vera forza non sta nel non cadere, ma nel fermarsi accanto a chi cade.

L’amore autentico non cerca riconoscimenti. Cresce in silenzio, illumina chi lo offre e solleva chi lo riceve.

E così la lezione della croce rimase nel cuore di Simone: restare, accogliere, amare senza pretese.

Perché è nel passo condiviso e nel peso portato insieme che la vita cambia direzione.

E forse, senza saperlo, anche noi – come Simone – siamo chiamati un giorno a portare la croce di qualcuno.